Alessia Noseda è orafa artigiana e fondatrice di Atelier Mirabilia.
In questa intervista ci racconta cosa c’è dietro la scelta di ogni pietra, quanto costa davvero un gioiello fatto a mano (non in termini di prezzo) e cosa succede quando ti accorgi di aver passato anni a realizzare i sogni degli altri.
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Le mani che si fermano dal tempo
Quando lavora un metallo, Alessia entra in un’altra dimensione. Lo descrive come una sorta di pace in cui il tempo smette di esistere: potrebbe continuare per ore senza fermarsi, risucchiata in quello che sta creando, fino a diventarne parte.
È la stessa mano che, poche frasi dopo, racconta di burocrazia, contabilità, collaborazioni con incisori e incastonatori. Il mestiere antico e la gestione di un’attività convivono nella stessa persona, spesso nella stessa giornata.
Una domanda invece di una resa
Durante l’apprendistato, Alessia ha scoperto il lato meno raccontato della gioielleria (lo sfruttamento dietro l’estrazione di pietre e metalli preziosi). Non l’ha vissuta come una delusione da cui riprendersi, ma come una domanda a cui rispondere: è possibile fare un gioiello in modo più etico, più umano?
Da lì è nata la sua versione del mestiere: materie prime riciclate, pietre tracciate, una scelta quasi ostinata di non guardare al lato commerciale ma a quello che un gioiello porterà nella vita di chi lo indossa (e di chi verrà dopo).
Aprire un atelier a ventun anni, senza piano b
Atelier Mirabilia nasce in un paese di tremila anime. Alessia aveva ventunə anni, un anno di affitto autofinanziato e, dice lei stessa, non sapeva fare bene quasi nulla. Sapeva una cosa sola: non aveva piani b, solo piani a.
Quello che sapeva già fare erano le basi burocratiche di un percorso commerciale. Quello che ha dovuto imparare in fretta è stato tutto il resto: costruire una community online capace di far arrivare le persone fin dentro un paesino piccolissimo, comunicare il dietro le quinte di un mestiere manuale in un mondo che ormai fatica a vedere il fatto a mano.
Il prezzo di un gioiello, il valore che porta
Qui si gioca il cuore di questo episodio. Alessia racconta quanto sia stato difficile, fin dall’inizio, comunicare la differenza tra prezzo e valore: perché non basta dirla a parole, va fatta arrivare.
Molte persone pensano che un artigiano debba costare meno di un’industria. Lei la pensa al contrario: dietro un pezzo unico c’è lo studio, la ricerca delle pietre, la collaborazione tra più artigiani, un tempo che l’industria non ha. Eppure certe fedi artigianali costano quanto quelle di un negozio in franchising, e il pubblico fatica a capire perché.
Non ha mai smesso di comunicarlo, anche nei momenti in cui si stancava di doverlo fare.
Stavo realizzando i sogni degli altri
Negli ultimi mesi Alessia ha preso sette aerei, è stata a Parigi per una collaborazione, ha iniziato a vedere i frutti di anni di lavoro. Eppure fatica ancora a realizzarlo: la sindrome dell’impostorə, dice, arriva quasi tutti i giorni. Se ne accorge solo quando si allontana dal laboratorio, come le è successo durante un viaggio in Islanda.
Per anni ha fatto due settimane di vacanza all’anno. Si è resa conto, verso la fine dello scorso anno, di essere rimasta alienata dentro le sue quattro mura a realizzare i sogni degli altri: le fedi, i pezzi personalizzati, le emozioni di chi le porta in atelier un desiderio da trasformare in oggetto. Stava scrivendo la storia del suo laboratorio. Non la sua.
Oggi sta recuperando quel tempo, un weekend fuori porta alla volta, senza rinunciare al lavoro che ama.
Le persone giuste per una solitudine che non pesa
Il mestiere di orafa è solitario per natura: un laboratorio piccolo, poche persone dentro. Quando arriva un dubbio che non è tecnico ma la fa rimettere tutto in discussione, Alessia si appoggia a un cerchio scelto con cura: il compagno che la riporta con i piedi per terra, gli amici che le dicono di fermarsi prima del burnout, i maestri orafi a cui ancora oggi scrive un messaggio per un consiglio tecnico.
La chiama la regola delle cinque persone che frequenti di più, applicata quasi alla lettera: se il suo tempo vale cento, cerca persone che valgono altrettanto.
Il consiglio ad Alessia di ventun anni
Tornando alla domanda iniziale: cosa direbbe alla Alessia che ha aperto l’atelier a ventun anni? Non rinunciare a tutto. Il sacrificio che nessunə vede da fuori c’è stato, ed è servito a portarla dove è oggi. Ma oggi sa anche che si può respirare, che il mondo continua a girare anche senza di noi, e che si può fare le cose con più calma.
Trovi Alessia su Instagram @ateliermirabilia e sul sito ateliermirabilia.ch
Ascolta l’episodio completo su Spotify: Stavo realizzando i sogni degli altri con Alessia Noseda a questo link.
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