C’è una domanda che in Principio torna sempre, in forme diverse: cosa succede quando il lavoro che fai smette di assomigliare a come te lo immaginavi?
A Marta Kruger, architetta pugliese specializzata in progettazione di interni e ristrutturazioni, con clienti sparsi tra l’Italia e il resto d’Europa, l’ho fatta pensando ai cantieri che non può seguire di persona. la sua risposta è diventata il titolo di questa puntata.
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Il cantiere come prima scuola
Marta ha passato l’infanzia sui cantieri con suo padre, prima ancora di sapere che sarebbe diventata architetta. Non era un apprendimento organizzato: era osservare, stare, assorbire senza uno scopo dichiarato. Solo dopo, quel tempo passato tra le lavorazioni è diventato metodo. Oggi dice che il nodo cruciale per chi fa il suo lavoro è proprio questo (costruire una relazione diretta e continua con il cantiere, con le persone che ci lavorano), perché un progetto non è solo l’idea di chi lo disegna, è il risultato di un gruppo intero che lavora per realizzarla.
Nominare le cose che non hanno ancora un nome
Sui social Marta ha dato un nome a qualcosa che esisteva da sempre senza averne uno: la “pianta pigra”. Le ho chiesto cosa succede, dentro, quando si riesce a nominare esattamente una cosa. La sua risposta parte da lontano (il suo essere bilingue, il modo in cui l’inglese le ha permesso accostamenti che l’italiano non le suggeriva così facilmente) per arrivare a un’idea semplice: dare un nome a qualcosa è ciò che permette di lavorarci davvero, di guardarlo, di affinare la capacità di riconoscerlo di nuovo.
La guerra (giusta) contro l’open space
Marta ha una posizione netta sull’open space, ma non è quella che ci si aspetta. Il problema, dice, non è lo spazio aperto in sé: è la superficialità con cui spesso viene progettato. Clienti che entrano in casa e non sanno dove poggiare i cappotti, divani rivolti verso un tavolo invece che verso la tv. Un open space fatto bene può essere estremamente piacevole da vivere. Il punto è che è uno spazio multifunzionale, e le funzioni diverse devono convivere davvero, non solo geograficamente.
Il confine che nessuna planimetria disegna
Il lavoro di Marta consiste nel disegnare confini, letteralmente. Le ho chiesto dove, nella sua vita professionale, ha fatto più fatica a tracciarli. La risposta riguarda il passaggio da dipendente a libera professionista, e la difficoltà di smettere di pensare al lavoro anche fuori dall’orario di lavoro: quel limite impalpabile tra vita personale e professionale che, quando hai un’attività tua, va costruito consapevolmente. Non è un problema risolto una volta per tutte, dice, ma qualcosa che si allena: tecniche di rilassamento, la pratica di restare nel momento presente invece di lasciare che la testa torni sempre allo studio.
Cosa resta quando il cantiere è lontano
Marta ha clienti in Irlanda, Spagna, Amsterdam: un’architetta del sud che lavora per il mondo da remoto. Le ho chiesto cosa cambia quando il cantiere non lo puoi toccare con mano. La sua risposta ribalta la domanda: il cantiere, dice, c’è sempre, anche a distanza, perché è già dentro i disegni, dentro la documentazione preparata per il progetto preliminare. Tutta l’esperienza fatta sui cantieri seguiti di persona finisce per permeare anche i progetti che non vedrà mai dal vivo.
Le ho chiesto anche cosa ha lasciato consapevolmente, tornando in Puglia dopo Londra e Melbourne, e cosa invece non si aspettava di perdere. Ha lasciato andare il senso di gruppo, il tè del pomeriggio con i colleghi. Non si aspettava di perdere la possibilità di chiudere la giornata lavorativa e non pensarci più: quando diventi anche contabile, marketer, responsabile della comunicazione oltre che progettista, quel confine netto sparisce, e lo capisci solo quando ci sei dentro.
Il consiglio a chi sta per mettersi in proprio
Alla domanda su cosa consiglierebbe a chi studia architettura e vuole mettersi in proprio, Marta ha risposto che è la domanda più difficile di tutta l’intervista. Non ha semplificato: consiglia un corso di business management, anche breve, per prendere confidenza con cosa significhi davvero avere un’attività. È un tema che ha vissuto in prima persona a Londra, dove per accedere all’albo professionale è passata da un corso che insegna proprio la gestione dello studio (le lettere di incarico, la fatturazione, il margine), qualcosa che in Italia manca quasi del tutto nella formazione. Perché la progettazione, dice, è solo una parte del lavoro di chi ha uno studio tutto suo.
Trovi Marta su Instagram @martakruger_architetta e sul sito martakrugerarchitetta.com
Ascolta l’episodio completo su Spotify: Quando il cantiere è già dentro i disegni con Marta Kruger a questo link.
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